LA LADRONERIA FURTIVA
Un
gentiluomo apparente. — Il suo passo silenzioso. — Una borsa per il bottino. —
Chiavi maestre. — Ingresso nella volta della banca. — Cooperazione dei suoi
“posti”. — Preferenza per le banche di campagna. — Distrazione degli impiegati.
— Interno di una banca. — Come ottenere un colloquio con il Presidente e il
Cassiere. — Acquisto di cambiali e rivendicazione di somme mancanti. —
Discussioni e conteggi. — Incontri casuali sulle scale. — Un biglietto smarrito
gettato a terra. — Scritto su carta marrone. — Compagnie di deposito. — Accesso
alle volte. — Mischiarsi ai depositanti. — Avvertimenti e consigli per le
Compagnie di Deposito e Assicurazione e per i loro clienti. — Furto audace e
riuscito da parte di ladri furtivi a New York. — L’ufficio di James H.
Bloodgood. — Duecentocinquantamila dollari rubati. — Una caccia ai ladri. —
Sorveglianza vigilante. — Sulle tracce di un incontro sospetto. — I miei
detective sulla pista. — Da Baltimora e Petersburg. — La strategia di Robert
Pinkerton. — Arresto e recupero dei titoli. — Recupero di 51.000 dollari in
titoli governativi per la National Bank di Courtland, N. Y.
Tra i molti rami o settori del crimine, non ve n’è
forse alcuno tanto pernicioso, e insieme tanto costantemente fruttuoso, quanto
quello del furto furtivo. Con passo felpato, simile a quello di un gatto, il
ladro silenzioso si avvicina alla sua preda e, senza lasciare traccia della
propria presenza, scompare inosservato portando con sé ingenti somme di denaro,
sotto gli occhi stessi di uomini d’affari vigili e solerti, cui è affidata la
custodia di preziosi tesori. Nessun mestiere o professione è al riparo dalle
visite di questi ladri furtivi, che si insinuano in tutti i meandri della vita
commerciale e sociale, esercitando la loro arte alla piena luce del giorno.
Diversamente dal ladro notturno, il borseggiatore segreto non attende
l’oscurità per compiere la sua impresa: egli non ha bisogno di sapere che le
sue vittime dormono per sentirsi al sicuro nelle proprie azioni. I suoi campi
d’operazione sono sempre fra gli attivi, i vigili, i frementi della vita.
Nessuna lanterna cieca, nessun disfavillare d’acciaio o polvere esplosiva serve
al mestiere del ladro furtivo; poiché le porte della ricchezza gli si aprono
senza sforzo né violenza, e il denaro e gli oggetti preziosi di cui si
appropria gli vengono, per così dire, posti a portata di mano.
I proseliti di questo ramo del crimine spaziano dai
ragazzi appena adolescenti, che sottraggono piccoli articoli di merce agli
ignari commercianti, fino all’uomo maturo che, nel pieno del frastuono e
dell’attività di una banca, riesce a impadronirsi di migliaia di dollari. Nelle
operazioni più vaste e audaci del ladro furtivo, il successo esige la
cooperazione di tre o quattro individui, perfettamente padroni del mestiere e
dotati, per aspetto e educazione, di tutte le qualità necessarie allo
svolgimento di compiti tanto delicati. Quest’associazione, come accade in ogni
altra congiura di frode, è detta “banda”, costituita dai cosiddetti “stallieri”
e dall’uomo che compie materialmente il furto, denominato “furtivo”. Gli
“stallieri” sono uomini di bell’aspetto, elegantemente vestiti, spesso di
cultura notevole. Essi possiedono una solida conoscenza delle attività
commerciali e sanno intrattenersi con disinvoltura su argomenti complessi di
natura bancaria. Mai appariscenti nell’aspetto o nella conversazione, la loro
entrata in un istituto di credito non suscita né sorpresa né sospetto; i
cassieri e gli impiegati forniscono le informazioni richieste con la stessa
cortesia e sollecitudine riservate ai depositanti più noti e rispettabili. Pur
non sempre raffinato, il “furtivo” mostra spesso modi da gentiluomo. Può essere
utile elencare, prima di descrivere il loro operato, alcuni degli oggetti
indispensabili a una buona riuscita. Le scarpe silenziose — o pantofoline —
sono fondamentali per il ladro furtivo. Il rumore di passi scricchiolanti,
soprattutto se le suole sono di feltro o sprovviste di tacco, renderebbe la
scoperta quasi inevitabile. Le calzature del ladro sono tanto silenziose che
parrebbe camminare in calze. Il tacco basso è una precauzione necessaria,
poiché ogni camera blindata di banca ha una soglia o una sbarra di ferro contro
la quale si chiudono le porte, e urtarvi un tacco alto potrebbe essere fatale.
Il minimo rumore proveniente dalla direzione della volta attirerebbe subito
l’attenzione, e la scoperta sarebbe inevitabile. Il “furtivo” deve inoltre
disporre di una grande borsa per occultare il bottino: essa è in grado di
contenere più cassette di latta simili a quelle usate nelle casseforti bancarie
per i valori. Talvolta, le tasche della giacca indossata dal ladro si estendono
lungo l’intera fodera interna, trasformandone il rivestimento in un’unica,
immensa tasca. Questa viene utilizzata quando uno degli “stallieri” non si è
occupato di custodire la borsa, oppure quando il furto sorge all’improvviso,
senza preavviso.
Il “furtivo” porta sempre con sé passe-partout di ogni
tipo, grazie alle quali, quando il tempo glielo consente, può aprire con
facilità le cassette di latta custodite nelle camere blindate, evitando così la
pericolosa e faticosa operazione di rimuovere l’intera cassetta e, allo stesso
tempo, ritardando la scoperta del delitto. Immaginiamo, per esempio, una banca
con le porte della volta aperte e le cassette sbloccate durante il giorno.
Supponiamo che la camera blindata si trovi nella parte posteriore della sala e
che gli impiegati, stando ai loro banchi rivolti verso i clienti, diano le
spalle alla volta. Qualora fosse così – e non è raro che lo sia – vi è di
solito un passaggio o un piccolo cancello in fondo ai banchi, attraverso cui
gli impiegati accedono, e nello stesso modo il “furtivo” può agevolmente farsi
strada. Questa è una delle operazioni più semplici per lui, e che gli riesce
quasi sempre con pieno successo. Due degli “stallieri” entrano anch’essi nella
banca e, con modi professionali, si rivolgono a un impiegato fingendo di fare
domande di carattere commerciale: vogliono informazioni sull’apertura di un
conto o sul rilascio di una cambiale. Una conversazione di questo genere è
facile da prolungare quel tanto che basta al “furtivo” per strisciare, a mani e
ginocchia, all’interno della volta, raccogliere in fretta tutto ciò che può
portare via comodamente, e poi riguadagnare l’uscita verso la parte anteriore
della banca. Questo genere di furto viene tentato per lo più nelle banche di
campagna, dove il personale è ridotto e i clienti pochi; ma il numero di tali
istituti è di gran lunga superiore a quello delle grandi banche cittadine, ben
custodite da schiere di impiegati e di robusti guardiani, e perciò sono più
spesso scelte dai ladri accorti e pazienti.
È bene precisare che, negli ultimi anni, è divenuto
quasi impossibile derubare una banca cittadina ben organizzata e ben
sorvegliata. Ogni precauzione è stata adottata, ogni misura di sicurezza
suggerita dall’esperienza e dall’ingegno è stata messa in atto; e ogni istituto
di rilievo dispone d’uno o più agenti di polizia, vigorosi e vigili, presenti
all’interno per l’intera durata dell’orario di apertura. I ladri, tuttavia,
sono informati su tali particolari non meno delle banche stesse; di
conseguenza, rinunciano al compito impossibile di derubare simili istituzioni e
rivolgono le loro attenzioni ai campi più fertili delle banche rurali o di
quelle delle cittadine minori. Quando la camera blindata è situata accanto al
banco del cassiere, questi può facilmente sorvegliare chi entra. In un caso
simile, lo “stalliere” svolge un ruolo decisivo. Entrato nella banca, si
rivolge al cassiere e lo intrattiene nel calcolo degli interessi dovuti su una
cambiale in suo possesso, oppure lo consulta sulla riscossione di alcuni
cedolini, inducendolo a poco a poco a dedicarsi ai necessari conteggi. Intanto
lo “stalliere” si dispone in modo tale che il cassiere debba spostarsi per
assisterlo. L’ignoranza ostentata del visitatore è quasi stupefacente, e le
domande, poste con tono garbato e insinuante, generano una conversazione tanto
cordiale che il bonario cassiere, ignaro di quanto avviene alle sue spalle, si
affatica per chiarire ogni dubbio al suo gentile ma goffo interlocutore.
Quando il cassiere è stato sufficientemente distratto
e volto nella giusta posizione d’obliquità, il “furtivo” s’introduce
silenziosamente nella volta e, dopo pochi minuti, riappare con tutte le
ricchezze disponibili della banca, celate sotto il soprabito. Non solo la
camera blindata costituisce un punto d’attacco, ma spesso vi sono ingenti somme
in biglietti ammucchiati su tavoli o banchi al di là dei parapetti che
circondano i cassieri o gli impiegati; e, se questi possono essere sottratti in
sicurezza, il lavoro del “furtivo” risulta più agevole e fruttuoso che non
avventurandosi all’interno della volta. Immaginiamo ora che la banca abbia
regolarmente aperto le sue porte; le volte sono dischiuse, gli impiegati ai
loro posti; essi non potrebbero vedere chi entra o chi esce dalla camera
blindata, e l’unico accesso dietro il banco è attraverso l’ufficio del
presidente, situato nella parte posteriore dell’edificio. Naturalmente, il
presidente noterà ogni persona che entri nella sua stanza, sia per trattenerlo in
conversazione sia per lasciarlo passare nel salone bancario antistante.
All’occhio inesperto un simile passaggio sembrerebbe impresa impossibile;
eppure, per i ladri furtivi di professione, esso si rivela di sorprendente
facilità. Ecco come riescono a raggiungere lo scopo: due individui si
presentano al presidente per affari di natura finanziaria. Quanto più
l’ufficiale vigila sull’accesso del proprio ufficio, tanto più favorevole sarà
la buona riuscita dell’operazione. Uno degli “stallieri” avanza fino alla
scrivania del presidente, dichiarando l’oggetto della visita, mentre l’altro,
con apparente disinvoltura, prende posto e trae di tasca un giornale —e poi,
aprendolo del tutto, lo terrà davanti a sé, fingendo di leggere, in modo tale
da coprire completamente la visuale della porta d’ingresso dell’ufficio del
presidente. Questo permetterà al “furtivo” di penetrare nella stanza; quindi,
lo “stalliere” cambierà lentamente posizione, collocandosi in modo da coprire
la soglia che conduce alla sala del banco, dietro i parapetti. Si noterà come,
dal momento in cui il giornale viene aperto fino a quando si dispiega a
schermare la porta che dà alla camera blindata, il “furtivo” resti
costantemente protetto da quel sottile velo di carta stampata. Varcata la
porta, il “furtivo” scivola rapido nella sala della banca. Se i biglietti sono
a portata di mano, li raccoglie; altrimenti entra nella volta e si carica di
tutto ciò che di prezioso trova a portata di braccio. Quando l’operazione è
compiuta, si ripete la stessa manovra del giornale, e sotto la sua silenziosa
protezione il “furtivo” si ritira, invisibile come un’ombra. L’intera procedura
non dura più di tre o quattro minuti, tempo sufficiente a condurre l’impresa
con piena efficacia. Dopo l’uscita del “furtivo”, il colloquio con il
presidente si conclude rapidamente, e i due “stallieri” si congedano con
grazia, ringraziando cortesemente l’ufficiale per la sua disponibilità. Un
altro metodo, altrettanto frequente e spesso coronato da successo, viene
impiegato quando la disposizione precedente non può essere attuata con
sicurezza. In tal caso, uno degli “stallieri” procura una carrozza e,
fermandosi davanti all’ingresso della banca, chiede al presidente di uscire per
trattare un affare con una persona inferma che non può lasciare il veicolo.
Prima, però, si è premurato di conoscere il nome del presidente o del cassiere,
e, nel rivolgersi a lui con la dovuta familiarità, dissipa ogni sospetto di
pericolo. Il funzionario, credendosi di fronte a un cliente in buona fede, esce
serenamente e si ferma sul marciapiede in attesa delle istruzioni
dell’apparente invalido. Simili accorgimenti venivano talvolta usati anche
durante l’ora di pranzo: i cassieri o gli impiegati, rimasti soli a sorvegliare
la banca, venivano chiamati fuori con un pretesto, lasciando così il campo
libero. Naturalmente, il “furtivo” è già nei paraggi e, mentre il presidente o
il cassiere conversano all’esterno, egli entra senza rumore e svuota il banco.
Altre volte lo “stalliere” si presenta a uno degli sportelli anteriori e
domanda di parlare con il presidente, che si trova nel suo ufficio sul retro;
il funzionario, colto di sorpresa e spinto da un moto istintivo, risponde
subito alla chiamata, lasciando così libero il passaggio per il furtivo
nascosto.
Spesso gli impiegati, cui è
affidato il compito di vigilare sull’accesso alle camere blindate, vengono
chiamati altrove, offrendo così al ladro l’occasione propizia per agire. Il
modo in cui gli “stallieri” riescono a procurarsi i nomi dei dipendenti di una
banca è, al tempo stesso, semplice e ingegnoso. Si presentano a uno degli
sportelli, a distanza dall’impiegato che desiderano far chiamare, e indicando
con discrezione la persona prescelta chiedono:
«Come si chiama quel giovane
signore laggiù? Mi pare proprio somigli a un vecchio amico mio.»
L’impiegato interrogato, senza
riflettere sulle conseguenze della domanda, comunica subito l’informazione
richiesta, e lo “stalliere” si affretta a riconoscere l’errore, scusandosi con
garbo per l’incomodo e ritirandosi senza ulteriori indugi. Il nome, così
ottenuto, viene immediatamente trasmesso a un altro complice, che poco dopo
compare allo sportello opposto, chiamando con spontanea cordialità l’impiegato
per nome, come un conoscente rivisto dopo lunga assenza.
È principio
assoluto per il “furtivo” non farsi notare da alcuno. Se un dipendente della
banca dovesse scorgere la sua presenza, un sospetto naturale prenderebbe subito
il posto della quiete, giacché la vista di un estraneo in quella parte
dell’edificio non potrebbe che risvegliare inquietudine e vigilanza. Per
prevenire un simile rischio, il “furtivo” entra spesso per primo nella banca e
si assegna un ruolo credibile: lo si vede seduto o in piedi, apparentemente
impegnato in qualche complesso calcolo finanziario, con un foglio e una matita
per compagni.
Talvolta egli
si introduce persino nello studio del presidente, che può trovarsi
momentaneamente assente; e se viene scoperto prima dell’arrivo dei compari, si
giustifica con calma, dichiarando di attendere il presidente, o affermando che
sua madre o sua sorella stanno per giungere per effettuare un deposito o per
acquistare titoli di cui la banca è agente. Altre volte il “furtivo” entra
nello studio del presidente insieme a uno degli “stallieri”, affidandosi alla
destrezza del compagno che, trattenendo a lungo l’attenzione del funzionario,
gli consente di infilarsi silenziosamente nella camera blindata, prendere ciò
che gli è più prossimo e tornare indietro senza che la sua momentanea assenza
venga notata. In altre circostanze — soprattutto nelle banche di campagna, dove
a mezzogiorno vi è un solo uomo di sorveglianza, e la sua posizione gli
permette di scorgere chiunque entri — gli “stallieri” agiscono in coppia.
Mentre uno di loro trattiene l’impiegato chiedendo di cambiare una grossa
banconota o spiegando una questione di natura commerciale, l’altro solleva un
giornale, e sotto la sua copertura il “furtivo” s’introduce inosservato. Avanza
lentamente fino al banco, si abbassa con cautela, e, in quella postura
raccolta, striscia verso la camera blindata dove deve agire — la sua presenza
non percepita, il pericolo sospeso nell’aria come un respiro trattenuto.
I procedimenti
descritti sopra sono tra i più comunemente impiegati dai ladri furtivi per
derubare le banche le cui camere blindate, e le porte dei reparti monetari,
restano aperte durante il giorno. Esistono tuttavia altri individui che
riescono a introdursi nelle volte o nei locali interni anche quando ciò che si
chiama “porta diurna”, fissata sulla camera blindata, rimane chiusa a chiave
per l’intera giornata. L’ingresso alle parti interne della banca — ossia agli
spazi riservati ai soli impiegati — è spesso protetto da porte costantemente
serrate; ogni cassiere o messo che vi passi deve prima aprirle con la propria
chiave. In simili casi, tutti i dipendenti sono muniti di un mazzo che apre
quella porta, oppure questa è dotata di una serratura a scatto che può essere
azionata da entrambi i lati. Il “furtivo”, in circostanze del genere, si
apposta nei pressi della porta e attende il momento opportuno: non appena
qualcuno arriva, inserisce la chiave e spalanca per entrare. Di norma le
serrature di quei passaggi sono a molla, e, una volta varcata la soglia,
l’impiegato richiude con un colpo deciso, convinto che la chiusura sia
assicurata. Ma il ladro è già lì: nel breve istante in cui la porta si
richiude, egli infila nel battente un portafoglio o un sottile cuneo di legno,
impedendo così alla serratura di scattare. Entrare, a quel punto, è questione
di un attimo. Mentre gli “stallieri” si danno da fare nell’atrio anteriore per
attirare l’attenzione, il “furtivo” si introduce, si impadronisce del denaro
che può raggiungere, lo nasconde con cura addosso, e scompare. Tutto avviene in
silenzio, con impeccabile precisione; e nessuno, né tra gli impiegati né tra i
clienti, sospetta che in mezzo a loro si sia appena consumato un furto.
Gli “stallieri” fanno ricorso a numerosi espedienti, tutti mirati a raggiungere il loro scopo. Talvolta entrano nella banca, si avvicinano al cassiere o al tesoriere per acquistare una cambiale di un determinato importo, e porgono il denaro, in parte composto di biglietti di piccolo taglio. L’ammontare complessivo risulta inferiore di tre o quattro dollari al previsto: nasce così un’occasione di discussione, di verifica e di conteggio per rintracciare la somma mancante. Mentre questa apparente confusione si prolunga, il colpo viene portato a termini, e la rapina compiuta. Altre volte viene acquistato un titolo del Tesoro, richiesto oro in cambio di banconote, o domandato il resto di una grossa cedola da un individuo che ha una mano fasciata, il quale poi prega l’impiegato di riporre per lui il denaro nella tasca interna della giacca, e di abbottonargliela con cura sopra il denaro stesso. Tutte queste manovre richiedono tempo e fissano l’attenzione dell’ufficiale di banca — due elementi preziosi per il “furtivo”, intento a mettere le mani sui fondi dell’istituto, e che, il più delle volte, riesce nell’impresa. Non di rado i ladri notano sul banco del cassiere addetto agli incassi o ai pagamenti una pila di biglietti, vicina allo sportello attraverso cui si svolge il servizio. Il cassiere siede immediatamente dietro quello sportello, cosicché non vi è modo per i ladri di arrivare al denaro senza essere visti. Il problema principale diventa dunque quello di allontanare per un istante il cassiere da quel punto. Chiamarlo fuori, fino alla carrozza, lo indurrebbe a chiudere la grata dello sportello, rendendo impossibile il furto; richiamarlo altrove avrebbe lo stesso effetto. Ed è qui che entra in scena lo “stalliere”, con la sua disinvoltura e la sua arte di persuasione. Ammettiamo che la somma sia vicina alla finestra dell’incassatore, e che non vi sia nessuno nei pressi né del suo sportello né di quello del pagatore. Lo “stalliere” estrae di tasca un’autentica banconota da dieci o venti dollari e, avvicinandosi alla finestra del pagatore, gli dice con tono tranquillo: «Sono stato poco fa al Tesoro degli Stati Uniti, e mi hanno detto che questo biglietto è falso. Poiché sembra così autentico, ho pensato di mostrarlo a lei e al suo collega dell’incasso, perché lo osserviate meglio.» Il cassiere prende la banconota, la esamina con attenzione e, colpito dalla sua perfetta apparenza, chiama l’incassatore a vederla. Non appena quest’ultimo abbandona il proprio posto, il “furtivo”, che nel frattempo si è procurato una cassetta di sapone nella drogheria vicina, si prepara ad agire. Avvolto il piccolo contenitore in alcuni fogli di giornale, si è mantenuto sino a quel momento presso un banco, fingendo di contare del denaro. Ora si muove: con una calma studiata e i gesti lenti di chi svolge il proprio compito, si accinge a compiere la parte più delicata del piano. Appena il cassiere ha risposto alla chiamata del collega, il “furtivo” solleva senza rumore la cassetta, la deposita sul pavimento accanto al banco, vi salta sopra con un balzo sicuro e, in un batter d’occhio, afferra tutto il denaro che le mani riescono a raggiungere. Scende con la stessa rapidità, prende la cassetta e si allontana con passo calmo, come se nulla fosse. Porta via con sé anche il contenitore per non lasciare alcuna traccia che possa condurre gli investigatori al droghiere che gliel’ha venduto — e quindi a lui. Talvolta il denaro si trova a una distanza tale dallo sportello da non poter essere raggiunto con la mano; in quel caso viene impiegato un bastone, e, se necessario, due bastoni uniti da una vite, con all’estremità un piccolo uncino di ferro. È sorprendente con quanta precisione questi ladri riescano a compiere un simile colpo: spesso passano ore prima che la perdita venga scoperta, quando ormai è troppo tardi per capire come il denaro sia sparito, o chi lo abbia preso. I racconti precedenti mostrano in dettaglio le operazioni dei ladri furtivi contro le casse e le ricchezze delle istituzioni bancarie, ma il loro ingegno non si ferma qui. Ora conviene considerare i metodi impiegati contro i singoli individui. Gli uomini che frequentano banche, compagnie di deposito e altre istituzioni finanziarie del paese sono tra i bersagli principali di questi ladri. Il modo in cui questa confraternita agisce contro un gentiluomo intento a depositare o a riscuotere denaro è al tempo stesso semplice e di solito efficace; e molti uomini d’affari, che si ritenevano immuni dall’astuzia del ladro accorto, si sono visti sottrarre somme ingenti con un procedimento che, a osservarlo, parrebbe quasi impossibile. Nel gergo del mestiere, questa operazione prende il nome di “trucco della svolta” e consiste nell’abile gesto di far voltare la vittima dal proprio denaro, per permettere al ladro di impadronirsene. Immaginiamo, per esempio, un uomo che riceve un assegno: per incassarlo, si reca in banca e lo presenta al cassiere, chiedendo il denaro. L’impiegato, sollecito, conta la somma dovuta e gliela porge con cortesia. È naturale che chi riceve il denaro lo riconti, per accertarsi che non vi siano errori e che l’importo sia esatto. Nelle banche ben ordinate vi sono tavoli appositi per tale operazione, e il gentiluomo vi si reca per verificare i calcoli. I ladri, che lo hanno seguito con attenzione, attendono proprio questo momento. Supponiamo che egli abbia ricevuto cinquemila dollari in banconote da dieci, raccolte in pacchetti da cinquecento ciascuno. Posato il denaro sul tavolo, prende un mazzetto e comincia a contare: è l’istante che il “furtivo” aspettava. Si colloca dietro di lui, in posizione tale da risultare invisibile ai lati, mentre lo “stalliere” interviene, lasciando cadere a terra, sul lato opposto a quello del denaro e a circa un metro di distanza, una banconota da dieci dollari. Con modi cortesi, tocca la spalla del gentiluomo e domanda: «È suo, signore, questo biglietto?» Poi si allontana senza voltarsi. L’uomo, d’istinto, si gira; vede la banconota sul pavimento, non nota nessuno lì vicino e, persuaso di averla smarrita, si china per raccoglierla. Mentre compie quel gesto, il “furtivo”, che lo osservava con calma studiata, si avvicina e solleva in un solo movimento i tre quarti del suo denaro, per poi scivolare fuori dalla banca con passo felpato. Non prende tutto: se la vittima, rialzandosi, trovasse il tavolo vuoto, griderebbe all’istante e correrebbe alla porta. Ma trovando invece parte dei mazzetti ancora lì, potrebbe non accorgersi subito della mancanza, o, se ne avvede, si metterebbe a contarli. Quel secondo sguardo — lento, incredulo — è tutto ciò che basta al ladro per scomparire tra la folla, lasciando dietro di sé solo il silenzio e un dubbio. Non è solo lasciar cadere una banconota il mezzo cui lo “stalliere” ricorre per attirare l’attenzione dell’uomo da derubare. Talvolta egli ha con sé un assegno tratto su un’altra banca; si avvicina all’individuo intento a contare il denaro e, porgendogli l’assegno, domanda con tono gentile: «Mi saprebbe dire dove devo andare per trovare questa banca?» Il gentiluomo, per istinto, si volge a leggere su quale istituto sia tratto l’assegno, e mentre lo fa lo “stalliere” fa un passo indietro, costringendolo a girarsi quasi del tutto per poter leggere la scritta. In quell’attimo, il “furtivo” coglie l’occasione e sparisce col denaro. Un altro metodo consiste nell’avvicinarsi a un uomo che sta contando i propri biglietti e chiedergli a quale sportello si debba rivolgere per ottenere una cambiale. L’interpellato, volendo rendersi utile, si volta per indicare la finestra giusta o addirittura si allontana di qualche passo per mostrargliela da vicino. Ma quella cortesia momentanea gli costa caro: al suo ritorno, il denaro è svanito nel nulla, e la sua buona fede è stata ripagata col tradimento. I successivi bersagli dei ladri furtivi sono i depositanti delle banche. In non pochi casi, il furto è avvenuto sotto gli occhi di mezzo pubblico di clienti in attesa, senza che alcuno se ne accorgesse. Il meccanismo è semplice. Un depositante entra nella banca, tira fuori il libretto dal taschino e si mette in fila. In molti istituti, l’incassatore segna ogni versamento in un registro sul banco, accanto a sé. L’annotazione, tuttavia, viene spesso fatta dopo aver restituito il libretto al cliente, che si allontana dallo sportello per cedere il posto al successivo, il quale deposita a sua volta il proprio libretto nella fessura di servizio, in attesa. È esattamente questo il momento che il “furtivo” attende. Se il cassiere, prima di prendere il nuovo libretto, si sofferma a completare un’annotazione, il furto può avvenire. Lo “stalliere” lascia cadere una banconota e richiama l’attenzione del cliente, che si china per raccoglierla; nello stesso istante, il “furtivo” si avvicina, afferra il libretto con tutto il denaro depositato, e fugge rapido come un’ombra. Il depositante, rialzandosi, suppone che il libretto sia tornato nelle mani del cassiere, e nessuno si accorge del furto finché l’impiegato, terminata la registrazione, non domanda il libretto stesso al suo proprietario. Da qui nascono discussioni accese tra clienti e impiegati, ognuno convinto della propria ragione, mentre i ladri si sono già dileguati, pronti a festeggiare il bottino della loro astuzia. Vi sono poi numerosi casi in cui giovani incaricati di ritirare denaro dalle banche e ricevendolo in biglietti sfusi, non in pacchetti, vengono anch’essi “girati” da una banconota posata a terra: il ladro ruba la parte più consistente della somma già conteggiata, e il giovane, ignaro, riprende il conteggio dal punto in cui lo aveva interrotto. Ritrovando l’importo esatto, crede che tutto sia in ordine, ripone il denaro e torna in ufficio, senza immaginare che il furto sia già compiuto e perfettamente riuscito. Quando però il principale tenta di verificare il resoconto, scopre una considerevole mancanza di denaro. Il giovane insiste di aver contato con precisione le banconote e giura di non poter essere stato derubato: durante tutto il tragitto dalla banca ha tenuto la mano sul denaro. Ma ha dimenticato la banconota trovata sul pavimento. Il principale riflette a lungo sull’accaduto, si lascia prendere dal sospetto e talvolta fa arrestare il giovane, nella speranza di costringerlo a confessare e restituire il denaro di un furto che egli, in realtà, non ha mai commesso. Un’altra variante del furto furtivo si svolge in banca, quando un gentiluomo, dopo aver riscosso la somma indicata su un assegno, prega l’impiegato di raccogliere l’importo in un pacchetto ben confezionato. Il cassiere acconsente, avvolge il denaro in carta marrone e lo lega con cura. Il “furtivo”, che ha osservato ogni movimento, è già pronto all’occasione: estrae dalla tasca un foglio dello stesso colore e, servendosi di vecchi giornali, prepara in pochi istanti un involto identico a quello consegnato al cliente. Se, anche solo per un attimo, quel pacchetto viene posato sul banco o su una sedia, lo “stalliere” e il “furtivo” agiscono all’unisono. In un battito d’occhio il cambio è compiuto: il denaro sparisce, e al suo posto resta l’involto di carta inerte. La vittima, ignara, riprende il pacco e si allontana, convinta di portare con sé la somma riscossa. La ragione di tale sostituzione è semplice. Se il pacchetto mancasse del tutto, l’uomo darebbe subito l’allarme e i ladri verrebbero catturati prima di fuggire; ma con l’inganno dell’involto fittizio, non pochi hanno percorso lunghi tratti di strada con il loro peso di giornali credendo di custodire una piccola fortuna, e non si sono accorti dell’inganno se non giunti a destinazione.
COMPAGNIE DI DEPOSITO E SICUREZZA.
Un’altra fonte di profitto
per i ladri furtivi — più sottile e complessa delle precedenti — è
rappresentata dal furto ai danni di coloro che tengono i propri titoli e valori
nelle casseforti delle rispettabili istituzioni note come “Compagnie di Deposito
di Sicurezza”. In tutte le grandi città si trovano uno o più di questi
imponenti edifici dalle volte d’acciaio, accuratamente sorvegliate, dove le
persone agiate possono depositare i propri documenti e titoli di valore, pagando
una somma modesta. L’utilità di tali istituzioni per coloro che possiedono beni
considerevoli è inestimabile, e la sicurezza che offrono, a fronte dell’esiguo
canone richiesto per l’uso delle loro cassette, vale ampiamente la spesa. Le
camere blindate di queste compagnie sono piene di innumerevoli compartimenti o
piccole casseforti destinate ciascuna a un singolo cliente, al quale viene
consegnata la chiave che apre esclusivamente la propria. Uno o più ufficiali,
robusti e fidati, restano costantemente di guardia all’interno, e poiché i
depositanti si recano di frequente ai loro forzieri, quei custodi vigorosi
finiscono col riconoscerne i volti a uno a uno. Ogni cura è posta a protezione
dei beni affidati a tali Compagnie, e sembrerebbe del tutto impossibile che un
individuo disonesto possa penetrare nelle loro volte, e più incredibile ancora
che possa riuscire a compiere un furto al loro interno. Eppure, nonostante le
numerose cautele adottate, alcuni ladri ingegnosi sono riusciti non solo a
ottenere l’accesso a quelle stanze, ma, in più d’un caso, a derubare
depositanti ignari con mezzi al tempo stesso semplici e arditissimi. Per questo
la narrazione che segue intende servire da monito, tanto alle Compagnie quanto
ai loro clienti, rivelando le astuzie e i movimenti dei ladri furtivi. In
ognuno di questi edifici è riservata ai clienti una sala arredata con una serie
di piccoli tavoli individuali; qui il depositante, ricevuto il proprio
forziere, può portare i suoi valori, tagliare cedole o prelevare i titoli di
cui ha bisogno nell’immediato. Per accedere a questa sala, egli deve passare
davanti a un funzionario posto all’ingresso, il quale non permette l’entrata a
chi non riconosce o di cui non ricorda il volto. A prima vista, sembrerebbe
impresa ardua per un ladro introdursi in locali simili, e una rischiosa follia
anche solo tentarlo. Tuttavia, tali accessi sono stati ottenuti, e — con
rammarico — furti riusciti sono avvenuti entro quelle mura gelosamente
custodite. Tra i numerosi clienti di tali istituzioni ve ne sono molti che si
recano di rado alle proprie cassette, e possono trascorrere due o tre mesi fra
una visita e l’altra; accade così che il portiere, non riconoscendoli a prima
vista, creda impossibile che qualcuno non legittimato possa presentarsi e, alla
semplice risposta affermativa alla domanda se sia depositante, consenta
l’ingresso senza ulteriori verifiche. Ciò accade soprattutto se in passato ha
bloccato un cliente che, offeso dal sospetto, ha preteso di dimostrare la
propria identità. Per un certo amor proprio, l’ufficiale si fida del proprio
ricordo e, pur di non confessare un’incertezza, lascia passare il visitatore
senza obiezione. Il “furtivo” conosce bene questa debolezza: talvolta si fa
notare dall’ufficiale apposta, mostrandosi come un cliente abituale, ma senza
tentare di entrare, fingendo di avere affari di altra natura con la Compagnia —
e prepara così, con paziente astuzia, il terreno per il colpo a venire.
Quando giunge
il periodo in cui scadono le cedole e cresce il numero dei visitatori, il
“furtivo”, accompagnato da uno “stalliere”, si presenta al cancello con
naturale disinvoltura e chiede di essere ammesso. Nella mano tiene alcune buste
voluminose, di colori diversi e dall’aspetto imponente; saluta il guardiano con
un cenno amabile e un sorriso di riconoscimento che bastano a dissipare ogni
ombra di sospetto, e senza il minimo impedimento viene ammesso alla sala
riservata ai depositanti. Una volta all’interno, il “furtivo” e il suo compagno
si dirigono subito a un tavolino libero, dispiegano i fogli, simulano
un’animata conversazione d’affari e fingono di esaminare documenti o di
riordinarli con cura. La pantomima continua finché non notano un vero depositante
chino sul proprio forziere, intento a staccare le cedole da alcuni titoli.
Osservandolo con attenzione discreta, i due cercano di capire se quei titoli
siano di natura negoziabile — specialmente se si tratta di obbligazioni
governative, le predilette nella confraternita dei ladri. Rassicuratasi in
proposito, la coppia si avvicina. Lo “stalliere”, con qualche pretesto
ingegnoso, trova modo di distrarre il gentiluomo, di “voltarlo” dal suo
forziere, mentre il “furtivo” allunga la mano e, con movimento rapido e
silenzioso, preleva uno o due pacchetti di titoli, avviandosi quasi subito
verso l’uscita. Se la vittima ha già esaminato quei documenti, forse chiuderà
la cassetta e la riporterà alla volta senza notare la mancanza, e solo alla
visita successiva — settimane o mesi dopo — scoprirà il furto con incredula
costernazione. A quel punto, sarà impossibile ricordare il fugace episodio in
cui un estraneo gli fece una domanda: il giorno lontano si confonderà nella
memoria, e l’uomo accuserà la Compagnia, giurando che il suo forziere è stato
manomesso là dove lo aveva lasciato intatto. Alcune Società di Deposito, per
evitare scandali, hanno preferito rimborsare tali perdite piuttosto che subire
il danno d’una voce di insicurezza o di negligenza. Per ridurre il rischio di
simili incidenti, alcune compagnie hanno predisposto piccoli gabinetti privati
all’interno dei loro edifici, dove il depositante può restare completamente
solo, chiudendo la porta a chiave mentre esamina i propri valori o stacca le
cedole dai titoli. Da tutto ciò si deduce che la massima prudenza è richiesta a
chi si serve dei servizi di una Compagnia di Deposito: a costo di parere
sospettoso, è necessario diffidare di chiunque si avvicini durante l’esame del
proprio forziere, poiché solo l’allerta costante può impedire la perdita e
vanificare un furto. La banda dei “furtivi” si presenta come un gruppo di
signori distinti, e il loro modo di agire rafforza in chi li osserva
l’impressione della più rispettabile onorabilità. Sono sempre vestiti con
sobrietà e gusto, senza colori vivaci né gioielli d’effetto. Evitano di
riunirsi mentre sono all’opera: una precauzione che li protegge, in caso
d’imprevisto o d’arresto di uno di loro, dal rischio di essere riconosciuti
come complici. All’interno delle banche mantengono un’aria di studiosa
efficienza; tengono in mano mazzetti di carte, buste o pochi fogli che fingono
di contare. Se, durante una conversazione, avvertono diffidenza o sospetto,
colgono la prima occasione per inchinarsi con deferenza verso un distinto uomo
d’affari nelle vicinanze. Questi, per istinto di cortesia, restituisce il
saluto, e l’osservatore che stava vigilando sul ladro, vedendo il gesto, si
convince subito della sua rispettabilità. Chi è in rapporti tanto disinvolti
con un “signor Danaroso” o un “signor Buoncredito”, pensa, non può certo essere
un malfattore.
Di norma, i
membri di una “banda di furtivi” alloggiano in alberghi di prima categoria,
sempre in appartamenti separati. Viaggiano invariabilmente in prima classe,
eppure non ostentano mai ricchezza né assumono atteggiamenti che possano
attirare l’attenzione. Le pagine precedenti illustrano le principali modalità
d’azione del ladro furtivo e dei suoi complici, gli “stallieri”. Chiunque abbia
rapporti d’affari con banche o istituti finanziari deve mantenersi vigile,
sempre in guardia contro l’approccio di quegli eleganti impostori la cui
apparenza irreprensibile e il contegno da uomini d’affari sono capaci di
ingannare persino lo sguardo più attento. Non raccogliete mai banconote trovate
sul pavimento di una banca, e non distogliete mai gli occhi dal denaro che
state contando. Se queste semplici precauzioni venissero sempre osservate, il
furto furtivo perderebbe ben presto ogni frutto e, con esso, la sua ragione
d’essere. Per illustrare con maggiore precisione i metodi pratici di questa
classe di criminali, narrerò ora un episodio di furto audace e riuscito,
avvenuto nella città di New York nel gennaio del 1878 — un fatto che merita di
essere ricordato. Il signor James H. Bloodgood era un affermato operatore in
titoli, obbligazioni e proprietà immobiliari; oltre a ciò, aveva in cura la
gestione e l’amministrazione di numerosi patrimoni appartenenti a famiglie
benestanti. Il suo ufficio si trovava in un quartiere tra i più animati e
operosi della città, a poca distanza dai principali istituti di credito e dalle
borse di scambio, in uno stabile occupato da personaggi di rilievo e da solide
case commerciali dedite a operazioni finanziarie di vasta scala. L’interno
dell’ufficio era arredato con lusso e sobrietà: mobili di noce, moquette di
velluto, e una disposizione d’insieme che tradiva al tempo stesso ricchezza e
gusto raffinato. Due grandi e splendide casseforti antiscasso, della più
recente invenzione, dominavano la stanza e custodivano beni di notevole valore.
Il giorno del furto, il signor Bloodgood e il suo fidato impiegato erano
entrambi intenti al loro lavoro. Il primo era appena rientrato da una visita
alla Compagnia di Deposito di Sicurezza, da cui aveva ritirato circa
sessantamila dollari in obbligazioni statali, per staccarne le cedole e
incassarne gli interessi. Mentre era immerso in quest’occupazione, un estraneo
entrò nell’ufficio chiedendo, con tono educato, di poter consultare un annuario
della città per rintracciare l’indirizzo di un conoscente. Il signor Bloodgood,
cortese, gli porse il volume; l’uomo lo sfogliò per qualche minuto, poi
ringraziò e si ritirò. Poco dopo, l’impiegato venne inviato a sbrigare una
commissione. Durante la sua assenza, un secondo visitatore entrò e domandò
informazioni circa il valore di una proprietà che il signor Bloodgood aveva
messo in vendita. Mentre discutevano sui pregi del terreno, l’uomo d’affari
notò l’ingresso di un altro individuo, le cui movenze gli parvero sospette. Sul
tavolo, in bella vista, giacevano le obbligazioni statali, e il signor
Bloodgood, avvertendo un pericolo, osservò a lungo il nuovo venuto, che,
accortosi di essere notato, si fermò, simulando indifferenza. La conversazione
con il primo visitatore si protrasse ancora per qualche minuto, finché i due
uomini si congedarono insieme. Fu allora che il signor Bloodgood comprese che
essi erano complici, ma, non vedendo più nulla di anomalo, non diede ulteriore
peso all’accaduto. Pochi minuti dopo fece ritorno il suo impiegato, e il signor
Bloodgood, senza riferire nulla dell’incidente, uscì dall’ufficio per recarsi a
pranzo.
Pochi minuti
dopo l’uscita del signor Bloodgood, un gentiluomo — che l’impiegato riconobbe
subito come colui che poco prima aveva chiesto di consultare l’annuario — fece
il suo ingresso e informò il giovane che un signore infermo, in carrozza di
fronte all’edificio, desiderava parlare urgentemente con il suo principale.
Dopo aver interrogato l’uomo e appreso che la questione del visitatore era di
natura pressante e che questi andava di fretta, l’impiegato rispose che sarebbe
sceso lui stesso per assisterlo. Si volse a prendere il cappello, appeso alla
parete, e mentre lo faceva l’uomo uscì dalla porta, scomparendo in silenzio. Il
giovane chiuse e sprangò l’ufficio, poi discese in strada. Lì trovò un uomo dal
viso pallido seduto in una carrozza, che parve riconoscerlo e lo invitò ad
avvicinarsi al finestrino. Lo sconosciuto spiegò di voler acquistare un altro
terreno appartenente al signor Bloodgood; parlava con sicurezza dei confini,
della posizione e perfino del valore di mercato, e l’impiegato, non avendo motivo
di sospettare alcunché, si trattenne a lungo in colloquio con lui. Terminati
gli accordi preliminari, il presunto invalido pregò il giovane di riferire ogni
dettaglio al principale al suo ritorno, e poi, sporgendosi dal finestrino,
ordinò al cocchiere di ripartire. Risalendo le scale, il giovane incrociò
l’uomo che poco prima gli aveva recato il messaggio. Non vi badò: proseguì
verso l’ufficio, ignaro di quanto stava per scoprire. Giunto davanti alla
porta, fu accolto da una scena di disordine che lo raggelò. La serratura era
stata forzata; le casseforti, che di giorno restavano aperte, spalancavano ora
le loro bocche vuote, e i documenti erano sparsi caoticamente sul pavimento.
Entrando con cuore in gola si accorse, con crescente sgomento, che i sessantamila
dollari in obbligazioni erano scomparsi, e che le casse erano state depredate
di ogni valore. In un lampo, il sospetto gli balenò: i due uomini — il finto
invalido e il messaggero — erano complici. Gridando allarme, precipitò giù per
le scale nel tentativo disperato di raggiungerli prima che fuggissero. Troppo
tardi. La carrozza era ancora poco distante dall’edificio, ma i due uomini
erano svaniti. All’autista, interrogato con urgenza, disse di non sapere nulla:
era stato semplicemente ingaggiato per condurre un passeggero in quel luogo e
lasciarlo scendere per pochi minuti; costui aveva promesso di tornare, ma non
si era più visto. Sconsolato, l’impiegato tornò all’ufficio devastato, dove
poco dopo lo raggiunse il signor Bloodgood, ignaro di ogni cosa. Una rapida
ispezione bastò per accertare l’enormità del disastro: titoli e valori per un
ammontare di duecentocinquantamila dollari erano stati portati via dai ladri
audaci. In preda a una concitazione vicina al delirio, il signor Bloodgood
corse al mio Ufficio, narrò febbrilmente l’accaduto e chiese che si adottassero
immediatamente i mezzi più energici per rintracciare i malfattori e, se
possibile, recuperare la refurtiva.
Animato dal
desiderio di agire senza indugio, Robert si recò subito all’ufficio del signor
Bloodgood e vi condusse un accurato esame. Da quanto poté accertare, e dalle
ulteriori informazioni raccolte, risultò evidente che l’impresa era opera di
una banda di ladri furtivi di grande abilità, che avevano steso il loro piano
con una maestria degna dei più ingegnosi e audaci professionisti del crimine.
Già da qualche tempo, prima di questo episodio, avevo ricevuto notizia
dell’arrivo in città di vari malviventi di tale natura; molti di loro mi erano
noti per precedenti esperienze, e decisi pertanto di rintracciarli
immediatamente. Agenti di fiducia furono inviati nei luoghi abituali di ritrovo
di quella gente, mentre il signor George A. Bangs e mio figlio Robert si
prepararono con scrupolosa energia a dirigere la ricerca. Fortunatamente, tanto
il signor Bloodgood quanto il suo impiegato poterono fornire descrizioni
precise degli uomini che erano entrati nell’ufficio, e l’impiegato ricordava
distintamente i tratti dell’uomo che si era finto invalido, trattenendolo in
colloquio al momento del furto. Anche il cocchiere fu rintracciato, e la sua
descrizione combaciava perfettamente con quelle già fornite. Da tutte le
testimonianze raccolte risultava chiaro che, se fossi riuscito a trovarli,
avrei potuto identificarli senza errore. Queste descrizioni, unite alle
informazioni che già possedevo circa l’arrivo in città di una specifica banda
di ladri — alcuni dei quali a me ben noti — costituivano i soli indizi su cui basare
la mia indagine. Ma decisi di spingermi avanti con la massima determinazione e
di smascherare i colpevoli, se ciò fosse stato ancora possibile. Esiste un
tratto singolare nei ladri furtivi di professione che pochi conoscono: essi
tendono a organizzarsi in piccole bande, stabilendo la loro base a New York o
in un’altra grande città, da cui si spostano attraverso il Paese sempre in
cerca d’occasioni propizie — luoghi dove la violenza non sia necessaria per
giungere al bottino. Queste bande non contano mai più di cinque uomini, e
ciascuna sceglie fra loro un capo il cui nome diventa quello dell’intero
gruppo. Durante le operazioni, la sua autorità è assoluta e indiscutibile;
terminato il colpo, torna a regnare una perfetta uguaglianza, e il bottino
viene diviso in modo equo e pacifico. Poco prima della rapina, più d’una di
queste bande era stata avvistata a New York, e le indagini svolte dai miei
uomini nei tre giorni successivi al furto dimostrarono che una di esse era
scomparsa misteriosamente dalla città. Il confronto delle descrizioni confermò
pienamente i nostri sospetti, e le supposizioni si tramutarono presto in
certezza. Quella banda risultò composta di quattro uomini — Henry Miles, James
Dougherty, William Shields e Joseph Bennett — legati da lunga pratica comune
nel furto e già più volte incarcerati. I loro alias erano numerosi, scelti con
ingegno e, talvolta, con una certa eleganza ironica. Accertata così la
colpevolezza dei sospetti, furono immediatamente messe in moto operazioni
ritenute le più efficaci per ottenere informazioni affidabili sul loro rifugio
e per preparare la cattura. La notizia del furto era ormai di pubblico dominio,
e gli ambienti finanziari del Paese avevano ricevuto l’elenco dei titoli rubati
con l’avviso di diffidare da chiunque tentasse di negoziarli. Presi tali
provvedimenti per impedire la vendita dei titoli e tendere una rete a chiunque
avesse voluto profittarne, demmo inizio alla nostra ricerca dei criminali.
L’unica linea
d’azione possibile, in simili circostanze, era dare avvio a un sistema di
sorveglianza energico e ramificato. Ogni persona nota per aver avuto rapporti
con gli individui sospettati fu posta sotto l’occhio vigile dei miei agenti.
Uomini camuffati nei modi più diversi frequentavano i ritrovi della delinquenza
che pullulano in una grande città, e tutti coloro che venivano riconosciuti
come antichi compagni dei rapinatori furono seguiti da detective esperti, i cui
movimenti non destavano sospetto, ma che non li perdevano mai di vista, né di
giorno né di notte. Vi era un uomo, in particolare, che era stato in passato
membro di quella banda, e che si presumeva ne mantenesse ancora i contatti. Si
chiamava Edward Marston, e divenne il soggetto principale della nostra indagine
segreta. Dopo un’inchiesta cauta ma insistente, si scoprì che Marston affermava
di aver abbandonato la vita criminale che per anni aveva condotto, e di vivere
ora ritirato con la famiglia in un rispettabile quartiere della città, la cui
esatta ubicazione non fu facile determinare. Finalmente, uno dei miei uomini lo
incrociò per caso in strada; seguendolo con discrezione, lo vide entrare in una
dignitosa casa di pietra scura, nella parte alta di New York — zona abitata
esclusivamente da gente di specchiata reputazione. Identificata così la sua
dimora, si dispose una vigilanza costante: ogni persona che vi entrava o ne
usciva fu controllata con paziente ostinazione. Nel frattempo, non rimasi
inattivo. Tutte le autorità di polizia del Paese furono informate; i sospetti
vennero descritti in modo circostanziato, e i corpi di polizia incaricati di
segnalare qualunque apparizione. Ma da nessun luogo giunse notizia: la loro
fuga era stata tanto rapida quanto assoluta. Dopo due settimane di sorveglianza
sulla residenza di Edward Marston, i nostri sforzi trovarono un inatteso
premio: la comparsa di una persona destinata a rivelarsi di grande utilità
nella nostra indagine. Si trattava della donna conosciuta come la moglie di
Joseph Bennett, uno dei ladri sospetti. Era una giovane dal portamento
brillante e dall’aspetto piacente, e si diceva che non di rado avesse assistito
il marito nei suoi loschi traffici. Fu osservata con discrezione, e i miei
uomini notarono presto segni inequivocabili: la donna si preparava a partire.
Durante un giro di acquisti, comprò un baule che fu recapitato alla sua
abitazione; in altre occasioni fece acquisti minori, tutti riconducibili ai
preparativi di un viaggio. Finalmente, in una limpida mattina d’aprile, la signora
Bennett salì su una carrozza, recante sul tetto proprio quel baule che aveva
suscitato l’attenzione dei detective. A breve distanza la seguiva un signore
dall’aspetto irreprensibile — un mio agente — che contava di salire sullo
stesso treno della donna, se le circostanze lo avessero consentito. L’elegante
viaggiatrice si fece condurre alla biglietteria di una compagnia ferroviaria.
Lì, il mio uomo le si avvicinò quanto bastava per udire la sua richiesta:
biglietto per Baltimora. E senza esitazione, acquistò a sua volta un piccolo
cartoncino che lo autorizzava a seguirla fino a quella destinazione. Sul
convoglio, il detective prese posto nella vettura situata dietro a quella
occupata dalla signora Bennett, così da poterla tenere d’occhio attraverso i
finestrini, evitando al tempo stesso ogni possibilità di essere riconosciuto.
Nulla d’insolito accadde fino all’arrivo a Baltimora, dove, scesa dal treno, la
donna fu accolta alla stazione da un uomo che evidentemente l’attendeva, e con
cui intrattenne un colloquio animato per alcuni minuti. Poco dopo i due si
recarono insieme al deposito della linea per Washington, dove acquistarono un
biglietto per Petersburg, in Virginia. Naturalmente, il mio uomo seguì il loro
esempio, salendo anche lui su quella nuova direzione, determinato a non
perderli di vista nemmeno per un istante.
Senza
contrattempi né ritardi la città di Petersburg fu raggiunta, e il detective
ebbe la soddisfazione di vedere la signora accompagnata fino all’albergo di
Jarrett, prima di prendere alloggio per conto suo. Essendosi mantenuto
interamente fuori dal campo visivo della signora Bennett e non avendo destato
alcuna curiosità, l’agente decise infine di sistemarsi sotto lo stesso tetto,
per poter osservare con maggiore precisione ogni suo movimento. La prudenza
della nostra sorveglianza fu confermata già il giorno seguente, quando la donna
ricevette la visita del marito. L’agente telegrafò immediatamente la notizia al
mio Ufficio di New York. Ricevuto il messaggio, Robert, insieme a un altro
investigatore, partì per Petersburg. I documenti necessari per procedere
all’arresto dei sospetti erano stati regolarmente ottenuti, e mio figlio, con
il suo compagno, giunse in città determinato ad agire con decisione al momento
opportuno. Alla stazione furono accolti dall’agente operativo sul posto, il
quale annunciò con evidente soddisfazione che anche Henry Miles e James
Dougherty erano giunti in città, e che si trovavano nello stesso albergo dei
coniugi Bennett. Per evitare ogni rischio di essere riconosciuto, Robert prese
alloggio in un quartiere diverso, ma convenne un sistema di comunicazione
rapida nel caso che il quarto membro della banda, William Shields, si fosse
mostrato o che gli altri avessero tentato di partire. La risposta a tale dubbio
giunse la mattina seguente. Shields, dall’aspetto sereno e sano come un fanciullo,
giunse a Petersburg e si recò direttamente in albergo, dove gli fu assegnata
una stanza accanto a quelle già occupate dai suoi complici. Era giunto il
momento di agire. Quella sera stessa, dopo il calare del buio, Robert si
assicurò l’aiuto di due membri della polizia cittadina e si diresse con loro
all’albergo, raccomandando di avvicinarsi all’edificio uno per volta, per
evitare d’essere notati. Erano le nove quando giunsero a destinazione. Uno dei
miei investigatori, costantemente vigile, li informò che l’intera compagnia si
trovava nella camera dei coniugi Bennett, intenta a trascorrere un’allegra
serata. Gli uomini salirono le scale in silenzio. Giunti alla porta, Robert
bussò con decisione. Gli agenti si disposero dietro di lui, pronti a seguirlo
all’interno. I ladri, certi della propria sicurezza, non si presero nemmeno la
briga di chiedere chi fosse: Shields balzò alla porta, la aprì con un gesto
rapido e si trovò di fronte alla scena inattesa dei poliziotti schierati.
Robert ordinò a uno dei suoi uomini di immobilizzare Shields, poi avanzò nella
stanza seguito dai compagni. Tutti i sospetti erano lì riuniti; sul tavolo
giacevano carte da gioco e, poco lontano, una bottiglia e alcuni bicchieri:
l’atmosfera era quella distesa di chi non teme sorprese. Bennett, sorpreso,
proruppe in un’imprecazione e si alzò di scatto, come deciso a resistere, ma
l’esempio dei due compagni già presi e lo sguardo risoluto degli agenti gli
fecero capire l’inutilità di ogni gesto di forza. Si arrese, cupo e silenzioso.
L’irruzione degli uomini di legge fu un completo colpo di scena. Fino a
quell’istante, gli astuti ladri non avevano sospettato né di essere
rintracciati, né che il loro rifugio fosse stato scoperto. I loro bagagli
furono immediatamente sequestrati, e la comitiva intera condotta al carcere, in
attesa d’indagine. Robert, insieme al capo della polizia, passò in rassegna gli
effetti personali dei prigionieri. La perquisizione diede ben presto i suoi
frutti: sul fondo del baule appartenente alla signora Bennett fu trovata una
grande cassetta di latta saldamente chiusa. Forzato il coperchio, gli agenti
provarono una gioia trattenuta ma profonda: ogni singolo titolo sottratto
all’ufficio del signor Bloodgood vi si trovava intatto. Nessuna obbligazione
mancava. La riuscita del recupero fu accolta con sincera soddisfazione da chi
aveva inseguito a lungo quei malfattori. Ma non era finita. Tolti i titoli e i
documenti del signor Bloodgood, emerse un secondo involto, ben chiuso in una
guaina di tela cerata e recante, tracciata in caratteri grezzi, la dicitura:
“Questo è un altro lotto di materiale.” Aperto il pacco, i detective trovarono
la conferma di un secondo, ingente furto: al suo interno c’erano cinquantunomila
dollari in obbligazioni degli Stati Uniti.
Naturalmente,
non occorrevano ulteriori prove per confermare la colpevolezza dei prigionieri,
e il giorno seguente essi furono trasferiti a New York, dove vennero
formalmente consegnati alla giustizia in attesa di processo. Le indagini
relative alle obbligazioni del Tesoro americano, ritrovate così
inaspettatamente, portarono a una sorprendente scoperta: la Banca Nazionale di
Courtland, nello Stato di New York, era stata derubata nel mese di luglio
precedente al furto dei titoli del signor Bloodgood. L’elenco dei titoli
sottratti corrispondeva in ogni dettaglio a quello delle obbligazioni rinvenute
nel forziere di Petersburg. I titoli furono immediatamente restituiti ai
direttori della banca, che accolsero la notizia con viva riconoscenza per un
recupero del quale avevano da tempo perduto ogni speranza. Il processo dei
ladri ebbe luogo a suo tempo e, dopo un’accurata udienza, i colpevoli furono
condannati a lunghe pene detentive. Quanto alla possibilità che la disciplina
del carcere possa avere su di loro qualche effetto rieducativo, ne dubito
profondamente; e non mi stupirei se un giorno mi fosse dato di doverli
inseguire ancora, per delitti consimili — auspicando, in tal caso, un esito
altrettanto felice. La gratitudine del signor Bloodgood fu illimitata, e la
gioia per il recupero dei suoi titoli inestimabile. Sono fermamente convinto
che, nel prosieguo della sua carriera, egli non sarà mai più tanto imprudente
da lasciare esposti nel proprio ufficio beni di valore tali da risvegliare la
cupidigia di curiosi visitatori.